Una tentazione affascinante
📝 Original Info
- Title: Una tentazione affascinante
- ArXiv ID: 1605.03015
- Date: 2016-05-11
- Authors: Claudio Bernardi
📝 Abstract
We discuss several aspects of infinity in the history of mathematics.💡 Deep Analysis

📄 Full Content
Una tentazione
affascinante
Sull’infinito in matematica
di Claudio Bernardi
Secondo Hermann Weyl, matematico tedesco della prima
metà del ‘900, “la matematica è la scienza dell’infinito”. Su
questa affermazione si può discutere, ma sta di fatto che, a
differenza di quanto avviene in altri contesti scientifici, in
matematica si parla con tranquillità di infinito.
Fin dalle prime classi della scuola primaria si insegna che ad
ogni numero naturale si può aggiungere 1, in modo da
ottenere un numero più grande di quello iniziale. Già a questo
punto, il bambino capisce che ci sono infiniti numeri naturali.
Quando poi si comincia la geometria, si spiega che una retta
assomiglia a un filo teso, ma va pensata infinitamente lunga.
Un po’ più difficile è far capire agli studenti la densità: tra due
punti (così come fra due numeri razionali o reali) ne è
compreso almeno un altro, e quindi infiniti altri.
Ma il rapporto dei matematici con l’infinito non è stato
sempre tranquillo. Basta ricordare che per Euclide “retta”
significava “segmento prolungabile”: in altre parole Euclide
accettava un infinito “potenziale” (un segmento si può
allungare quanto si vuole, ma ogni volta abbiamo a che fare
con un segmento), ma non l’infinità di una retta in senso
attuale. Le difficoltà con l’infinito nascevano dai paradossi a
cui l’accettazione dell’esistenza di insiemi infiniti sembrava
inevitabilmente condurre.
Galileo rimane sconcertato dal fatto che i quadrati perfetti
sembrano tanti quanti i numeri naturali (ad ogni naturale
corrisponde un quadrato, e viceversa), mentre, d’altro lato, i
quadrati sono solo una piccola parte dell’insieme dei naturali:
anzi, via via che crescono i valori che si considerano, i
quadrati diventano sempre più “radi” nell’insieme dei numeri
naturali. Galileo si esprime nel modo seguente, quasi
suggerendo che è meglio rinunciare a uno studio matematico
dell’infinito: “Queste son di quelle difficoltà che derivano dal
discorrer che noi facciamo col nostro intelletto finito intorno a
gli infiniti, dandogli quegli attributi che noi diamo alle cose
finite e terminate; il che penso che sia inconveniente, perché
stimo che questi attributi di maggioranza, minorità ed ugualità
non convenghino a gl’infiniti, de i quali non si può dire, uno
essere maggiore o minore o eguale all’altro”.
a.
Affresco di Andrea di Bonaiuto,
raffigurante Euclide, nel cappellone
degli Spagnoli, l’antica sala
capitolare della chiesa di Santa
Maria Novella a Firenze. Euclide si
trova ai piedi della “Geometria”.
L’affresco fa parte del “Trionfo di
San Tommaso d’Aquino”: nella
parte inferiore si trovano quattordici
stalli decorati, nei quali siedono le
personificazioni delle sacre scienze
e delle arti liberali, ai piedi di
ciascuna delle quali si trova un
illustre rappresentante.
asimmetrie
20 / 4.16 / infinito
20 > 21
Anche il grande matematico Carl Friedrich Gauss ebbe a dire:
“Io devo protestare nel modo più deciso contro l’uso
dell’infinito come qualcosa di compiuto, cosa che non è
permessa in matematica. L’infinito non è che una façon de
parler (modo di dire, ndr)”.
Ma poi, verso la fine dell’800 arrivò Georg Cantor: nella teoria
degli insiemi di Cantor si riescono a studiare e confrontare
insiemi infiniti, senza cadere in paradossi. Questo permette,
oggi, di trattare senza paura insiemi infiniti di numeri (come
quello dei numeri reali R e quello dei numeri complessi C), di
punti, di funzioni, ecc.
Sempre nella seconda metà dell’800, a opera di Karl
Weierstrass e altri, si sistemano in modo rigoroso i concetti
alla base dell’analisi matematica: con le celebri formule del
tipo “∀ ε > 0 ∃ δ > 0...” (che si legge “per ogni ε maggiore di 0
esiste un δ maggiore di 0”, ndr) si danno definizioni chiare per
scritture come limx→∞f(x) = L (ovvero “limite di f(x) per x che
tende a infinito è uguale a L”, ndr) e limx→∞f(x) = ∞(“limite di
f(x) per x che tende a infinito è uguale a infinito”, ndr), e si
definisce la “continuità” di una funzione, rinunciando a
discutibili variazioni infinitesime delle variabili.
Oggi, in matematica si parla con tranquillità di infinito. Il ricorso
all’infinito rende spesso addirittura più semplice lo studio della
matematica: in particolare, la teoria delle derivate e degli
integrali è più semplice e più potente della teoria delle differenze
finite, che si riferisce a funzioni che hanno per dominio un
insieme discreto invece che tutto l’insieme R dei numeri reali.
In altri casi, accettando l’infinito si ottengono strutture più
regolari e più eleganti. Così, aggiungendo a un piano
elementare i punti all’infinito (punti “impropri”) si ottiene un
piano “proiettivo”, dove si enunciano proprietà generali senza
eccezioni e senza che sia necessario distinguere vari casi: due
rette distinte hanno sempre uno e un solo punto in comune,
due coniche “non degeneri” si possono sempre trasformare
una nell’altra, ecc.
Vale la pena di osservare un altro legame fra matematica e
infinito, in parte condiviso da altre scienze: una dimo
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Reference
This content is AI-processed based on open access ArXiv data.